Progetto

DUECENTOPAROLE  è ambientato in una periferia dell’hinterland milanese, Pioltello, quartiere dormitorio che negli anni ’60 ospitava la popolazione giunta dal Sud Italia in cerca di lavoro e che in tempi recenti è stato investito da un’ondata immigratoria straniera:

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Pachistani, ecuadoriani, egiziani, indiani, romeni, africani hanno letteralmente preso d’assalto il posto prima occupato da siciliani, pugliesi, calabresi e campani.

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Palazzi, strade, scuole e negozi sono divenuti la moderna Babele di una nuova umanità multietnica che brulica scomposta e fervente in una confusione di colori, suoni e odori, degna del racconto biblico. Sicuramente la società contemporanea sta attraversando un periodo di grandi cambiamenti.

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Oggi come allora le problematiche di quartieri come questi sono rimaste le medesime: la difficoltà di parlare, di capire e di farsi capire, di trovare una lingua comune con cui dialogare che impediscono alle persone di stabilire relazioni, di definire una nuova identità, di trovare una propria dimensione culturale, sociale ed esistenziale. 200 parole racconta lo sforzo di apprendere la lingua italiana, seguendo un corso di italiano per stranieri tenuto da 3 ragazzi pachistani.

Hassan, Umer e Faizan hanno circa 18 anni, sono in Italia da 4, frequentano la scuola superiore italiana, hanno imparato la lingua rapidamente, per necessità, e adesso si sentono motivati ad insegnarla ad altri stranieri che si trovano in difficoltà di comunicazione. Non che loro sappiano esprimersi perfettamente… anzi sono consapevoli delle proprie lacune grammaticali, ma il corso che tengono è più un momento di condivisione e di solidarietà, come per dire agli studenti che hanno di fronte: “Sappiate che non siete soli, noi tutti ci siamo passati. Anche se non conoscete la lingua, avete ugualmente diritti e dignità e il dovere di impararla”.

I tre pachistani non sono cittadini italiani, la legge sulla cittadinanza italiana datata 1992 non li riconosce ancora, dovranno aspettare ancora molti anni per averne diritto. In questo momento l’unico loro desiderio è di trovare un campo sportivo per praticare il cricket, lo sport nazionale pachistano. Ma l’istituzione locale non glielo ha ancora assegnato e perciò si sono adattati a giocare nel parcheggio dello stadio comunale di calcio, con evidenti problemi di ordine pubblico.

DUECENTOPAROLE  non racconta solo dei pachistani, ci sono anche due ragazze italiane Giulia e Giulia che conducono un laboratorio teatrale di espressione frequentato da adolescenti stranieri provenienti da tutto il mondo: basandosi sulle teorie del teatro dell’oppresso, le due Giulie intendono esperire, insieme ai giovani partecipanti, forme comunicative preverbali gestuali che inneschino meccanismi liberatori di vissuti di malessere e di sofferenza altrimenti occultati dalla quotidianità e dall’imbarazzo. E c’è anche Rita Virgillito, siciliana emigrata prima in Germania e poi a Pioltello, che scorazza per i negozi multietnici del quartiere in compagnia della sua amica marocchina alla ricerca degli ingredienti giusti per preparare il cous cous tradizionale: qui la lingua comune è articolata sulla condivisione di un’esperienza ancestrale come quella culinaria.

Nato all’interno di un percorso laboratoriale rivolto al documentario con tematica “la multiculturalità”, tenuto da me con la supervisione di Massimo Donati nell’ambito del progetto del comune di Milano On the Stage a cui hanno aderito Acli e l’associazione internazionale Dora e Pajtimit,
DUECENTOPAROLE  avrebbe dovuto essere il saggio finale del laboratorio con limite 15 minuti realizzato dai partecipanti. La durata del documentario si è allungata ad un’ora a testimoniare l’urgenza di un racconto e di un’indagine sentita come necessaria ed essenziale.

Le istituzioni e la legge sulla cittadinanza non interpretano in maniera pertinente le trasformazione in atto nella società, c’è un vuoto di racconto della realtà i cui principali artefici sono i media, in particolare la televisione. A partire da queste constatazioni,
DUECENTOPAROLE è in fondo un atto politico di protesta e di proposta che ha spinto i realizzatori a firmarsi nei titoli di testa come Collettivo Nanook in nome di una modalità di produrre documentari onesta, etica e morale.

e il collettivo Nanook ringrazia  tutti coloro che, a vario titolo, hanno collaborato ( clicca per l’elenco )
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