dicono di noi

Corriere della sera 6 novembre 2013 : dicono di noi

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Tra il cinema e i corsi di italiano: 200 parole per dire inclusione

«Nanook è stato il protagonista di un documentario muto, il primo della storia, datato 1922» mi dice Stefano nel tardo pomeriggio di una domenica, mentre sorseggia la birra che gli hanno appena servito. A raccontarglielo è stato Fabio Martina, autore di documentari e film di fiction, coordinatore di un laboratorio di Cinema della realtà avviato a Cernusco sul Naviglio nel dicembre 2012 all’interno del progetto “on the stage”.Si tratta di una iniziativa di cosviluppo, propostadall’associazione Dora e Pajtimit, in collaborazione con IPSIA ACLI e cofinanziata dal Comune di Milano, che ha coinvolto fino all’estate 2013 un gruppo di cittadini di Milano e provincia. «Dopo le prime lezioni a carattere prettamente teorico – mi racconta Stefano Tresoldi, ventinovenne che dopo gli studi in sociologia lavora come educatore – come era nelle nostre aspettative, il corso ha preso una piega decisamente più pratica, finalizzata alla produzione di un documentario. Temi centrali del laboratorio – prosegue – sono stati immigrazione e integrazione, ed è nel solco di questi che un gruppo ristretto di partecipanti al laboratorio, guidato da Fabio Martina, si è messo a ragionare su come raccontare questioni di così forte attualità e così tanto dibattute, senza la banalità con cui troppo spesso vengono affrontate».

Oltre a Stefano, hanno preso parte al progetto Ilaria Donato, Mario Blaconà, Luciano Codazzi, Ilaria Donato, Barbara Pincardini, Mauro Ratti e Giovanna Stanganello, qualcuno con esperienze più o meno ampie nella produzione di video, ciascuno con le proprie idee ed individualità. Assieme a loro, seppur in maniera meno assidua, hanno collaborato tutti gli altri partecipanti al Laboratorio.

«L’idea era quella di raccontare qualcosa di nuovo, che ancora non aveva trovato lo spazio che meritava, e che davvero incarnasse un nuovo modo di essere cittadini, modello di cittadinanza attiva in un contesto urbano sempre più multiculturale» mi dice Stefano.

Ed è un po’ per caso che a Pioltello, periferia est di Milano, in un quartiere dormitorio che negli anni ’60 ospitava la popolazione giunta dal Sud Italia in cerca di lavoro, e che in tempi recenti è stato investito da un’ondata immigratoria straniera, il gruppo di documentaristi conosce don Luigi che, assieme ad un coordinatore, organizza le attività di un gruppo di volontari che, in locali confiscati alla mafia, orgnizza corsi di lingua italiana per stranieri, doposcuola e laboratori di teatro. Qualche tempo fa, data la carenza di volontari, don Luigi ha proposto a Umer, Faizan e Hassan, tre ragazzi di origine pachistana, di 15, 17 e 18 anni, non-cittadini italiani, che frequentano le scuole della zona, di insegnare l’Italiano ai nuovi arrivati.

«E’ proprio questo quello che cercavamo – racconta Stefano – e che ci ha conquistati. Si trattava davvero di una esperienza nuova, che ribaltava la prospettiva tradizionale delle scuole di Italiano per stranieri. La comunità immigrata prendeva in mano la situazione, e si faceva carico di un compito fondamentale nella crescita di una Comunità, e vera espressione di cittadinanza attiva».

In questo contesto Barbara, una delle documentariste e professoressa di Hassan all’Istituto elettrotecnico “ITSOS Marie Curie” di Cernusco sul Naviglio, scopre dell’impegno di uno dei suoi alunni. Oltre a raccontare le vicende dei tre giovani pachistani tra volontariato, partite di cricket e prove di convivenza con i loro coetanei italiani, il documentario parla dell’impegno di Giulia e Giulia, due volontarie che si occupano di un laboratorio di teatro, e segue Rita Virgillito, donna arrivata a Pioltello nel 1968, dopo essere emigrata in Germania dalla Sicilia, negli interventi che Barbara la invita a fare nelle classi in cui insegna. Dopo mesi di lavorazione, stasera 6 novembre 2013, alle 19.30, dopo un aperitivo promosso da ACLI, ARCI e CGIL, alla Fabbrica del Vapore ci sarà la prima uscita pubblica della versione completa di “200 parole” (60’), che nella versione ridotta di 15’ ha ottenuto il terzo posto del “Premio Marco Formigoni”.

«Non mi hai ancora chiesto del titolo, la cosa più importante» mi dice Stefano poco prima di salutarmi.

Qualcosa avevo letto su 200parole.wordpress.com, blog ufficiale del documentario, ma voglio che sia lui a raccontarmelo.

«Chiaccherando con don Luigi riguardo le attività del centro di Pioltello, ci ha raccontato di come tutte le loro azioni siano ispirate da una frase di don Roberto Sardelli, fondatore di Scuola 765», che mi recita a memoria: «Finchè ci sarà uno che conosce 2000 parole e uno che conosce 200 parole questi sarà oppresso dal primo; la parola ci fa uguali».

Dopo la presentazione pubblica, il gruppo di documentaristi, che ha deciso di darsi il nome di “Collettivo Nanook”, in omaggio al primo documentario della storia, si è dato l’obiettivo di organizzare il maggior numero possibile di proiezioni pubbliche e di provare a partecipare a dei concorsi.

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popcornblogazine : dicono di noi, clicca qui 

Gli opposti si attraggono, ma i simili convivono.   di Samantha Lamonaca

Un collettivo (Nanook), un regista (Fabio Martina), quattro documentaristi (Ilaria Donato, Barbara Pincardini, Mauro Ratti, Stefano Tresoldi), tre collaboratori (Mario Blaconà, Luciano Codazzi, Giovanna Stanganello), un progetto tutto nuovo per migliorarsi e migliorare.
Duecento Parole è un documentario ambientato in una periferia dell’hinterland milanese, Pioltello, quartiere dormitorio che negli anni ’60 ospitava la popolazione giunta dal Sud Italia in cerca di lavoro e che in tempi recenti è stato investito da un’ondata immigratoria straniera. Palazzi, strade, scuole e negozi sono divenuti la moderna Babele di una nuova umanità multietnica che brulica scomposta e fervente in una confusione di colori, suoni e odori, degna del racconto biblico. Sicuramente la società contemporanea sta attraversando un periodo di grandi cambiamenti. Oggi, come allora, le problematiche di quartieri come questi sono rimaste le medesime: la difficoltà di parlare, di capire e di farsi capire, di trovare una lingua comune che permetta alle persone di stabilire relazioni, la difficoltà di definire una nuova identità, di trovare una propria dimensione culturale, sociale ed esistenziale.
Duecento Parole vuole quindi raccontare lo sforzo di apprendere la lingua italiana, seguendo un corso di italiano per stranieri tenuto da tre ragazzi pachistani e spiando nella vita di tre donne italiane che vivono giorno per giorno con persone straniere.
Questo documentario è tutto sommato un atto politico di protesta e di proposta che ha spinto i realizzatori a firmarsi nei titoli di testa come Collettivo Nanook in nome tutto ciò che è onesto, etico e morale. Il cortometraggio verrà proiettato alla Fabbrica del Vapore, mercoledì 6 novembre 2013.
Per consultare il programma della serata clicca qui. Ingresso libero.
Che dite, ce la facciamo a mettere da parte i pregiudizi e a fare un passo avanti per migliorare questo Paese?
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Qcodemag : dicono di noi

Parole insicure timidamente pronunciate, parole con sforzo sussurrate, parole ritenute o di getto ripetute… Come dice il titolo, ispirato ad una frase attribuita alla scuola di Don Milani (finchè ci sarà uno che conosce 2000 parole e uno che ne conosce 200, questi sarà oppresso dal primo; la parola ci fa uguali), è la parola il tema principale di questo documentario

di Fabio Martina/Collettivo Nanook

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E’ ambientato in una periferia dell’hinterland milanese, Pioltello, quartiere dormitorio che negli anni ’60 ospitava la popolazione giunta dal Sud Italia in cerca di lavoro e che in tempi recenti è stato investito da un’ondata immigratoria straniera. Pachistani, ecuadoriani, egiziani, indiani, romeni, africani hanno letteralmente preso d’assalto il posto prima occupato da siciliani, pugliesi, calabresi e campani.

Palazzi, strade, scuole e negozi sono divenuti la moderna Babele di una nuova umanità multietnica che brulica scomposta e fervente in una confusione di colori, suoni e odori, degna del racconto biblico. Sicuramente la società contemporanea sta attraversando un periodo di grandi cambiamenti. Oggi come allora le problematiche di quartieri come questi sono rimaste le medesime: la difficoltà di parlare, di capire e di farsi capire, di trovare una lingua comune con cui dialogare che impediscono alle persone di stabilire relazioni, di definire una nuova identità, di trovare una propria dimensione culturale, sociale ed esistenziale. 200 parole racconta lo sforzo di apprendere la lingua italiana, seguendo un corso di italiano per stranieri tenuto da 3 ragazzi pachistani.

Assan, Umer e Faizan hanno circa 18 anni, sono in Italia da 4, frequentano la scuola superiore italiana, hanno imparato la lingua rapidamente, per necessità, e adesso si sentono motivati ad insegnarla ad altri stranieri che si trovano in difficoltà di comunicazione. Non che loro sappiano esprimersi perfettamente… anzi sono consapevoli delle proprie lacune grammaticali, ma il corso che tengono è più un momento di condivisione e di solidarietà, come per dire agli studenti che hanno di fronte: “Sappiate che non siete soli, noi tutti ci siamo passati. Anche se non conoscete la lingua, avete ugualmente diritti e dignità e il dovere di impararla”.

I tre pachistani non sono cittadini italiani, la legge sulla cittadinanza italiana datata 1992 non li riconosce ancora, dovranno aspettare ancora molti anni per averne diritto. In questo momento l’unico loro desiderio è di trovare un campo sportivo per praticare il cricket, lo sport nazionale pachistano. Ma l’istituzione locale non glielo ha ancora assegnato e perciò si sono adattati a giocare nel parcheggio dello stadio comunale di calcio, con evidenti problemi di ordine pubblico.

200 parole non racconta solo dei pachistani, ci sono anche due ragazze italiane Giulia e Giulia che conducono un laboratorio teatrale di espressione frequentato da adolescenti stranieri provenienti da tutto il mondo: basandosi sulle teorie del teatro dell’oppresso, le due Giulie intendono esperire, insieme ai giovani partecipanti, forme comunicative preverbali gestuali che inneschino meccanismi liberatori di vissuti di malessere e di sofferenza altrimenti occultati dalla quotidianità e dall’imbarazzo. E c’è anche Rita Virgillito, siciliana emigrata prima in Germania e poi a Pioltello, che scorazza per i negozi multietnici del quartiere in compagnia della sua amica marocchina alla ricerca degli ingredienti giusti per preparare il cous cous tradizionale: qui la lingua comune è articolata sulla condivisione di un’esperienza ancestrale come quella culinaria.

Nato all’interno di un percorso laboratoriale rivolto al documentario con tematica “la multiculturalità”, tenuto da me con la supervisione di Massimo Donati nell’ambito del progetto del comune di Milano On the Stage a cui hanno aderito Acli e l’associazione internazionale Dora e Pajtimit, 200 parole avrebbe dovuto essere il saggio finale del laboratorio con limite 15 minuti realizzato dai partecipanti. La durata del documentario si è allungata ad un’ora a testimoniare l’urgenza di un racconto e di un’indagine sentita come necessaria ed essenziale.

Le istituzioni e la legge sulla cittadinanza non interpretano in maniera pertinente le trasformazione in atto nella società, c’è un vuoto di racconto della realtà i cui principali artefici sono i media, in particolare la televisione. A partire da queste constatazioni, 200 parole è in fondo un atto politico di protesta e di proposta che ha spinto i realizzatori a firmarsi nei titoli di testa come Collettivo Nanook in nome di una modalità di produrre documentari onesta, etica e morale.

 

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E’ Natale,  Duecento parole e quattro dediche

Katerine
Katerine sulle scale che guardano i giardini
allatta il suo bambino
e parla accento ispano.
Stagna un alito
dell’estate finite
nella sera di castagne umide.
Via Cilea vestita a festa
ha gialli e viola, veli di perline
eleganze fatte con quello che c’è,
andature di regine d’oriente
in affitto tra periferie e intonaci incrinati
Katerine sulle scale
distribuisce compiti, aduna gente
di paesi distanti, legge una lingua che non è la sua
esperta di incerte consonanti.
Traduce l’hurdu in italiano
per professori che non capiscono
il parlare delle madri velate,
inventa le parole che non sa e dice le altre
con la linea delle mani.
Katerine sulle scale guarda
il mondo oltre le forme sfilacciate
mentre si scalda al fuoco
di castagne abbrustolite.
A sud di Milano
allatta così Katerine,
come madonna
di una stella disadorna
o di affollato Satellite.

Rita
Volevo chiederti, Rita, qual è il segreto
che ti fa scovare il bello
agli angoli stridenti di asfalto.
Quale magia serba negli anni
una giovane meraviglia.
Nessuno sa quanto te
la fitta del dolore e la gioia.
Con quali ingredienti
della vita
impasti
il cibo tuo di Sicilia
ai sapori speziati di paesi lontani
imparando ogni giorno
quello che dai.

Hassan, Faizan, Humer
I ragazzi guardavano le labbra
impigliarsi nelle parole
– oggi è andata proprio male -.
E ricominciano.

Martina e i ragazzi del gruppo teatro
Con gli occhi bendati gioca
Martina,
le dita farfalle seguono il contorno
a indovinare
un viso bambino, la linea del naso
la curva della bocca
prima del sussulto delle spalle.
– da dove le verrà, poi, quel nome italiano? –
I corpi si sfiorano raccontano
guardano.
Si riconoscono così:
al tocco ignoto
che sparpaglia lo spavento
e al ridere che ne fanno
in faccia alla vita.

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