Parole e luoghi

DUECENTOPAROLE

“finchè ci sarà uno che conosce 2000 parole e uno che  conosce 200 parole
questi sarà oppresso dal primo;
la parola ci fa uguali.”
(don Roberto Sardelli)

roberto sardelli

don Roberto Sardelli

Non ci siamo imbattuti per caso nella storia di don Roberto Sardelli e di certo ci è rimasto il desiderio di conoscerlo. La sua vicenda umana, politica e spirituale lo condusse nel sessantanove a fondare “Scuola 765”, dal numero della baracca che aveva acquistato all’Acquedotto Felice di Roma.  Qui insegnerà fino al 1974 ai bambini, figli dei baraccati, che alla scuola elementare “Salvo D’Acquisto” venivano spesso cacciati nelle classi differenziali. Le nuove povertà e le nuove ingiustizie sociali pongono oggi gli stessi interrogativi di quaranta anni fa. Intorno ai banchi dei corsi di Italiano per stranieri nelle nostre periferie, si aggira lo stesso bisogno di uguaglianza e di libertà.

Pioltello: Satellite

Pioltello è una lingua di territorio lunga e stretta, distesa da nord a sud nella periferia est di Milano, oltre la tangenziale, persino oltre Segrate. A nord confina con la strada statale 11, la Padana Superiore. A sud trova come limite estremo la strada provinciale 14, meglio conosciuta come Rivoltana.

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il quartiere “Satellite” visto dall’alto

Non bastando queste due, vi sono anche la Cassanese, come viene chiamata la strada provinciale 104, e la linea ferroviaria, con il passante e l’alta velocità, che tagliano Pioltello e separano i diversi quartieri. L’urbanizzazione degli anni ’60 ha confuso gli originari borghi agricoli in un’unica area urbanizzata. Territorio affollato e frammentato. Il “satellite” nasce in quegli anni, schiere di palazzi senza fine, inizialmente progettati con ampi spazi verdi tra gli edifici. In seguito verranno edificati anche quelli. D’altronde agli operai che servono giardini e cortili? Case per immigrati, oggi come allora. Con gli anni ’90 arrivano i primi stranieri e così gli italiani, quelli che possono, lasciano il quartiere prima che con la svalutazione crolli il valore delle loro case. Ora è un quartiere sovraffollato dove accanto a palazzi “invasi” da immigrati irregolari, italianissimi amministratori scompaiono con i soldi delle bollette, dove si accumulano povertà e disagio. Dove alcuni abitanti si lamentano del degrado e della delinquenza, mentre altri riescono a vedere la vitalità di questo caos multietnico e per loro il “satellite” è il quartiere più bello del mondo.

palazzi

Pioltello: Piazza Garibaldi

Piazza Garibaldi non è il nome di una piazza ma di un quartiere. La piazza non c’è, ma avrebbe dovuto: al suo posto c’è un palazzo. Perché lasciare una piazza quando si può costruire un palazzo? Speculazione edilizia anni ’60. Ora i palazzi sono un agglomerato di mura scalcinate e tanti panni stesi, parabole e negozi “etnici”. La via principale del quartiere si chiama via Alla stazione, attraversa tutto il quartiere per finire davanti alla stazione di Pioltello-Limito, ora fermata del Passante ferroviario. Deve aver avuto un passato più glorioso. Come il “satellite”, quartiere nato per dar casa agli immigrati, operai nelle fabbriche milanesi. Oggi gli italiani quasi non ci sono più e al loro posto abbiamo trovato famiglie pachistane, arabe, sudamericane. Gran parte di loro lavora ai magazzini generali dell’Esselunga. Le cronache indicano Piazza Garibaldi come luogo di spaccio, degrado e criminalità. Noi vi abbiamo trovato anche immigrati che insegnano italiano ad altri immigrati, che lottano per il lavoro, per la casa o anche solo per un prato dove poter giocare a cricket.

Cittadinanza

La L. 91/1992  , la legge che regola l’acquisizione della cittadinanza, determina che è cittadino per nascita chi è nato da cittadini italiani, mentre se i genitori stranieri sono diventati cittadini italiani, anche il figlio diventa cittadino italiano.

cittadino

Per lo stesso principio dello jus sanguinis, se il minore è nato in Italia ma i genitori non sono cittadini italiani, il figlio all’Anagrafe viene iscritto come straniero. Può diventare cittadino italiano solo dopo il compimento del 18° anno, se lo richiede e se risulta ininterrottamente residente sul suolo Italiano senza cancellazioni dall’anagrafe dalla residenza di 6 mesi e se, all’atto dell’acquisto, è residente e fa parte del nucleo familiare di origine. Se non presenta questa richiesta entro l’anno previsto, può chiedere la naturalizzazione con il requisito di 3 anni di residenza legale e ininterrotta.

cittadinanza

L’attuale legge non fa differenza tra i minori non nati in Italia, anche se vi trascorrono la loro infanzia e la loro formazione, e gli adulti. I minori non nati in Italia sono stranieri a tutti gli effetti, sono sul suolo Italiano con permesso di soggiorno e a 18 anni per diventare cittadini italiani debbono dimostrare 10 anni di residenza legale ininterrotta, con lavoro o studio regolari, come tutti gli altri stranieri. Sono i  casi più ricorrenti, compresi molti nati in Italia che non hanno potuto per varie ragioni conservare il vantaggio della nascita e che si vedono equiparati ai tanti migranti stranieri regolari. In compenso la legge prevede la cittadinanza per chi, nato all’estero, può dimostrare la discendenza da cittadini italiani.

Il cinema delle realtà 

Tempi nuovi: la rassegna dei cinema di Venezia ha vinto con un documentario e ha presentato tre film sulla scuola e sui mondi. Il 19 settembre ho visto La mia classe di Daniele Gaglianone; fuori dall’Anteo c’era un crepuscolo milanese che non ho potuto fotografare perché avevo dimenticato il telefonino. Ho fermato la bicicletta e sono rimasta a guardare: un celeste irreale su nuvole di rosso denso, in alto strisce di pennello sottile, belle di “straziante bellezza”. Sono restata lì fino a che i colori non sono svaporati. Quando ho ripreso la bici e dato le spalle al cielo, a sinistra scorreva il quartiere nuovo tra la stazione centrale e porta Garibaldi, pieno di lucido vetro, davanti la luna piena era velata.

La mia classe sta all’incrocio tra film e documentario, vi ho ritrovato i volti intensi dei ragazzi di molte provenienze e le storie che avevamo inteso rappresentare in DUECENTOPAROLE eliminando, quanto più possibile, interventi e commenti per parlare la lingua della realtà. Il regista, facendo conflagrare finzione e situazioni concretamente verificatesi durante la costruzione del film, arriva a risultati convincenti (è bello trovare strade diverse per domande che si somigliano). Gaglianone ostenta la finzione e il “tradimento” mostrando la crisi di insegnare in una condizione nazionale che prevede il reato di clandestinità e fa sentire, attraverso il professore di una classe di sedici allievi che imparano l’italiano, il male fitto di non servire a niente: perdere il permesso di soggiorno interrompe qualunque percorso di conoscenza e cittadinanza. Roma nel film era crudele, l’Italia è crudele, lascia che i nuovi poveri, del nostro paese e non, raccattino gli avanzi nei mercati di quartiere quando la merce viene ritirata ed è ora di andare via.

E anche i cieli così belli e rossi non guariscono l’ingiustizia che le città affastellano mantenendo le leggi razziste che rimandano le ragazze abusate ai deserti, agli spazi del nulla dove le lacrime da piangere sono finite. Le storie della Mia classe sono inventate a turno per imparare l’italiano, il professore è buono ma il reato di clandestinità è cattivo e uccide. A pezzi, interrotte dall’emozione, si ascoltano storie di ragazze scampate ai salafiti e a tutti gli integralisti della terra che vogliono le donne fuori dai luoghi dove si decide la vita della città, fuori dalle scuole, per far piacere all’ottusità dei maschi.

Le traduzioni dell’italiano sono piene di sforzo e di riso per i paradossi di passaggio da una lingua all’altra come avveniva nella nostra Scuola Popolare Migranti; i racconti del film bruciano di nostalgie assolute e solitudini smisurate, e se in uno di questi racconti arriva una donna che salva, non è cosa vera, come dice un allievo del Bagladesh, perché non accade così nelle vite pellegrine e fluttuanti dei giovani che arrivano dalla fine del mondo restando fuori dai palazzi.

La barca galleggia
sull’orizzonte, strano cappello, in cima.
Come da un altro pianeta, rovesciata,
sta una città notturna.


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